Prese la sua barella
e cominciò a camminare

 (Gv 5)

 

Chi ha avuto esperienza di ricovero sa che gli ospedali sono realtà surreali; piccoli mondi in cui si vive insieme in quanto ammalati condividendo la stessa stanza, in due, tre, quattro, cosa che non faremmo se andassimo in vacanza.


Ma nei reparti di qualunque policlinico il concetto di privacy è annullato e nessuno ne fa grossi problemi: si sa che può capitarti accanto un anziano che si lamenta o una signora logorroica o anche chi, in modo discreto, sorride e riesce persino a renderti lo scorrere del tempo piacevole. Si parla di interventi, di asportazioni, di ricostruzioni, di medici quotati, degli infermieri più simpatici del mangiare insufficiente e così via.

Poi arriva il momento: «Signora deve cominciare a muoversi: prenda la flebo, i drenaggi e si alzi». Sembra impossibile: uscire dal torpore dell'infermità è impensabile se non ti scuote qualcuno di autorevole e se quella strana fraternità che ti è intorno non ti sostiene, senza sapere chi tu sia o se te lo meriti.

Con la nostra “barella” facciamo i primi passi in corridoio, la testa gira ma piano piano si va avanti...il tempo in ospedale non manca. «Tutto sta a cominciare» dice un paziente che stanno per dimettere.

Un sorriso e avanti un altro passo.

 

 

 

 

 

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